Editoriale
Redattore capo
Betu Majumder
L’inedito fermento politico locale che circonda le prossime elezioni comunali a Mestre, città vicina a Venezia, non può essere considerato una semplice votazione. Un recente reportage analitico del Corriere del Veneto ha rivelato una profonda realtà sociale e politica. Zone importanti come Via Piave, Via Cappuccina e Corso del Popolo a Mestre sono ormai note agli italiani come “Dhaka Town”. Da un lato, questo termine simboleggia l’ascesa economica e sociale degli espatriati bengalesi, dall’altro è espressione di profonde preoccupazioni psicologiche e politiche di una parte della società italiana locale. L’influenza di questo livello di immigrazione sull’economia e sulla demografia di un Paese dà naturalmente adito a dibattiti multidimensionali. La politica locale di Mestre è oggi chiaramente divisa in due fazioni. Mentre i giovani italiani lasciano Mestre per altre città, gli espatriati bengalesi impiegano il loro duro lavoro, il loro talento e i loro capitali per rilanciare i negozi abbandonati e chiusi della città. I loro ingenti investimenti nel settore immobiliare hanno dato un impulso innegabile all’economia locale. Tuttavia, invece di accogliere con favore questa ripresa economica, i partiti politici di estrema destra la considerano un'”invasione culturale”. Nelle prossime elezioni a Mestre, un terzo dei 14.590 elettori nati all’estero (3.741) sono bengalesi. Approfittando dell’avversione al voto dei cittadini italiani, questo bacino di “voti pronti” diventerà sicuramente un “regista” nella determinazione del futuro sindaco. E questa equazione elettorale sta dando origine a una sporca polarizzazione politica. La questione dell’ipocrisia politica e dei diritti L’inclusione del giovane leader bengalese Prince Howlader nel consiglio della sezione di Mestre Centrale del partito di destra “Fratelli d’Italia” (FdI) e la successiva revoca della sua candidatura a causa delle proteste anti-moschea da parte dei partiti di estrema destra “Forza Nuova” e “Lega” rivelano un’estrema ipocrisia della politica italiana. Questa politica di attirare immigrati per il bene dei voti e poi abbandonarli per proteggere la propria agenda radicale non può essere una sana cultura democratica. Lo slogan degli estremisti “Non ci sarà nessuna moschea sulla terra dei muratori”, che accompagna l’iter burocratico per la conversione di una segheria abbandonata in Via Giustizia in moschea, rappresenta fondamentalmente un attacco alla libertà religiosa e all’idea di una società pluralista. Al contrario, la grande maggioranza di bambini bengalesi e di altre seconde generazioni (50 su 61) in scuole come “Giulio Cesare” o “Cesare Battisti”, anziché bambini italiani, indica un cambiamento storico. La critica alla Lega, accusata di “dominare la cultura bengalese”, non è altro che una volgare manovra politica. Questi bambini crescono in Italia, imparando la lingua italiana. Sono i futuri contribuenti e cittadini italiani. Il loro sviluppo non dovrebbe essere visto come una minaccia, ma come un faro di speranza per il declino demografico dell’Italia. In questa turbolenta situazione politica, la posizione di un leader anziano e lungimirante come Kamrul Syed è di fondamentale importanza. La sua ferma decisione di candidarsi alle elezioni con una coalizione di centrosinistra e la sua posizione inflessibile nella lotta per i diritti della comunità bengalese dimostrano che la società bengalese non è più confinata alla “classe operaia” o agli “imprenditori”, ma è ora pronta a partecipare al processo decisionale politico. La comunità bengalese di Mestre deve comprendere che non c’è alternativa alla prosperità economica e alla partecipazione al voto, né all'”integrazione” con la cultura italiana locale. Allo stesso modo, i principali partiti politici in Italia devono capire che gli immigrati non sono solo “voti da eliminare” o bersagli da perseguitare. Sono parte di questa società, contribuenti e artefici della rinascita di Mestre. Le politiche di estremismo e divisione non saranno in grado di risollevare l’economia o la pace sociale di Mestre. Il futuro di Mestre non è più nelle mani di una singola nazione; il suo futuro risiede nella giusta valutazione della convivenza pacifica, della libertà religiosa e di una leadership competente. Ci auguriamo che nelle prossime elezioni gli elettori di Mestre scelgano lo sviluppo anziché l’estremismo, e una politica inclusiva anziché la divisione.ও

